Giorno 50 - Timisoara, km 14527

Giorno 50 - Timisoara, km 14527

/ Domenica, 28 Gennaio 2018 14:39

Se quella di ieri era una tappa facoltativa e poco importante, ovvero spostarsi da Bucarest per visitare dei paesini a pochi chilometri di distanza, quella di oggi era essenziale ai fini logici del viaggio. Se volevo tornare a casa, dovevo uscire dalla Romania e non da una parte qualunque, ma dal versante est, quello che da sull'Ungheria.

La strada che mi separava Barlad, il posto in cui ho sostato ieri notte, a Timisoara era gradevole, poco traffico e tanto bel panorama. Ciò che mi è rimasto più impresso è stata la quantità di carri guidati da cavalli che ho incontrato per strada; tutti avevano lo stesso carretto sul retro, lungo e stretto, di legno non trattato.

La Romania mi sta lasciando il segno, riesco a notare la profonda differenza tra le città, sviluppatesi di recente e quindi moderne e funzionali, forse meglio di molte città europee, e la periferia, la campagna, nella quale si vive come i miei compaesani vivevano da adolescenti. Poche auto, pochi mezzi agricoli, tanti animali liberi di pascolare, traini e carri, buoi e cavalli, contadini a non finire, gli uomini con la coppola e le donne con il fazzoletto sul capo; proprio come nei nostri film anni '60. mi viene alla mente quando un amico rumeno, adesso diciottenne, mi raccontava che da piccolo viveva in un paesino di montagna e doveva percorrere due ore di stradine sterrate per arrivare a scuola, ed era fortunato quando un altro genitore che accompagnava il figlio col calesse, lo intercettava e gli offriva un passaggio; oppure ricordo che parte del primo stipendio di una mia amica, sempre rumena, andò alla sua famiglia perché terminassero l'impianto dell'acqua calda.

Quando si dice che una nazione è vent'anni indietro rispetto a un'altra, significa anche questo. Non ho idea di quanto possa essere indietro rispetto a noi, sempre che veramente lo sia; in questo caso staremmo parlando solo a livello di sviluppo economico, e a dirla tutta non so se preferisco il progresso e l'inquinamento massivo, oppure l'arretratezza e l'aria pulita, la mela che sa di mela, l'albicocca che sa di albicocca, la carne di una mucca che pascola libera e il pesce che non contiene mercurio.

La città più a ovest della Romania è Timisoara, incredibilmente differente sia da Iasi che da Bucarest; mi da più l'aria di una città boheme, libertina, anche dal punto di vista architettonico. La quantità di statue e installazioni che ho trovato nel centro storico è impressionante; la Piazza della libertà mi ha lasciato di stucco per la stravaganza e al contempo per l'eleganza; la cattedrale metropolitana, se da fuori assomiglia più a un castello che a una chiesa, al suo interno, così scuro e dorato, è racchiuso quel fascino ortodosso che tanto amo. Infine la piazza principale, la Piazza della Vittoria, che ricorda le vittime della gloriosa rivoluzione culminata con la liberazione dalla dittatura, che partì proprio da quella piazza.

Verso sera ero stanco, la giornata era stata molto densa: è iniziata con la visita mattutina di Brasov, la cui città antica situata su una collina (un aspetto che mi ricorda abbastanza Vilnius) è molto interessante da visitare, se non fosse che, dopo tre chilometri di cammino in salita, finalmente arrivato alla fortezza, la trovo chiusa e senza un minimo segnale di avviso... dicevamo della giornata densa: è continuata con la guida di 400 km e ha avuto il suo culmine proprio con la visita della città. Ho riposto nello zaino il cavalletto e la fotocamera e mi sono goduto una passeggiata; non ero stanco fisicamente, ma mentalmente e avevo voglia di passare degli attimi da solo, con me stesso, senza pensare a cosa riprendere o a cosa raccontare nel diario, perché gli altri possano leggere o vedere. Sentivo l'esigenza di ammirare per me stesso. Volevo del tempo per non pensare a nulla, anche del tempo per assaporare e immaginare il ritorno a casa.

Sono passato da un ponte che dava su di un fiume, ho potuto assistere al tramonto da lì, al riflesso rossastro degli alberi sull'acqua che, leggera, scorreva. Avevo in una mano un kebab e nell'altra una lattina di Coca Cola. “C'era un tempo – pensavo – in cui ero attento al cibo e mi nutrivo bene; adesso, senza rendermi neanche conto, mangio e bevo qualunque cosa. Non vedo l'ora che il viaggio finisca e possa riprendere in mano le vecchie abitudini; quelle positive”. 

 

 

Sulla pagina Facebook AUventura – Davide Urso potete trovare le foto, chilometro per chilometro.

 

Le immagini del 47° giorno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Davide Urso

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